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Duomo di Cefalù

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Il Duomo di Cefalù, secondo la leggenda, sarebbe sorto in seguito al voto al Santissimo Salvatore da Ruggero II, scampato ad una tempesta e approdato sulle spiagge della cittadina. La vera motivazione sembra piuttosto di natura politico-militare, dato il suo carattere di fortezza.

Le vicende costruttive furono complesse, con notevoli variazioni rispetto al progetto iniziale, e l’edificio non fu mai completato definitivamente. Un ambulacro ricavato nello spessore del muro e la medesima copertura, costituita da tre tetti, di epoca e tecnica costruttiva diversi, testimoniano dei cambiamenti intervenuti nel progetto. Il monumento ha uno stile romanico con tratti bizantini.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell’umanità (Unesco) nell’ambito dell’Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale.

L’edificazione ebbe inizio nel 1131 e furono realizzati i mosaici nell’abside e sistemati i sarcofagi porfiretici che Ruggero II aveva destinato alla sepoltura sua e della moglie.

Federico II trasferì a Palermo i due sarcofagi reali. Infine tra le due torri fu inserito un portico, opera di Ambrogio da Como.

L’edificio è preceduto da un ampio sagrato a terrazzo che svolgeva la funzione di cimitero. Era stato realizzato con terra portata appositamente da Gerusalemme, sia per motivi religiosi, sia per la sua particolare composizione che le dava la caratteristica di mummificare rapidamente i corpi che vi erano sepolti.

L’architettura del Duomo di Cefalù segue il modello delle grandi basiliche benedettine di provenienza cluniacense; con uno stile romanico legato al nord Europa arricchito da influenze arabe.

La facciata è inquadrata da due possenti torri normanne, alleggerite da eleganti bifore e monofore e sormontate da cuspidi piramidali aggiunte nel Quattrocento e diverse l’una dall’altra: una a pianta quadrata e con merli a forma di fiammelle, che simboleggerebbe la mitria papale e il potere della Chiesa, mentre l’altra, a pianta ottagonale e con merli ghibellini, la corona reale e il potere temporale. Il portico quattrocentesco precede la facciata, con tre archi (due ogivali ed uno a tutto sesto) sorretti da quattro colonne e con volte a crociera. Sotto il portico rimane la Porta Regum, impreziosita da un portale marmoreo finemente decorato, e con pitture ai lati.

Le absidi, in particolare quella centrale, dovevano avere in origine uno slancio ancora maggiore. Le due laterali sono decorate superiormente da archetti incrociati e da mensoloni scolpiti: databili fra il 1215 e il 1223, raffigurano maschere, teste d’animali e figure umane in posizioni contorte. Più recenti i mensoloni dell’abside centrale, disposti inoltre in modo casuale sia sopra che sotto il cornicione. L’abside centrale aveva in origine tre grandi finestre, che vennero chiuse per la realizzazione del mosaico absidale, ed una più grande ad arco ogivale. Altre due coppie di finestre circolari sono all’estremità del transetto. Altre merlature si trovano anche su uno dei fianchi.

L’interno è “a croce latina”, diviso in tre navate da due file di colonne antiche di spoglio: quattordici fusti di granito rosa e due di cipollino, con basi e i capitelli del II secolo d.C. Due grandi capitelli figurati reggono l’arco trionfale e sono probabilmente prodotti di una bottega pugliese e risalgono alla metà del XII secolo.

Il transetto ha un’altezza maggiore rispetto alle navate con un verticalismo tipicamente nordico che segue le architetture della Francia e dell’Inghilterra normanna; uno slancio ancora maggiore era previsto nel progetto originario. Sulle pareti del transetto si sviluppa una galleria portici con colonne, scavate nello spessore dell’edificio in corrispondenza del pseudo loggiato esterno. Un motivo, questo, diffuso nell’architettura anglo-normanna e presente anche nelle Cattedrale di Palermo. Il coro è coperto da due volte a crociera anche questo di origine anglo-franco-normanna.

(fonte Wikipedia)

Il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Fondazione Unesco Sicilia.


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Comune di Caltagirone

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Caltagirone (Cartaggiruni, Caltagiruni o Cattaggiruni in siciliano) è un comune italiano di 38.828 abitanti della città metropolitana di Catania in Sicilia.

Situata nella Sicilia centrale, al centro del territorio Calatino, è famosa per la produzione della ceramica, attività sviluppatasi nei secoli a partire dai tempi degli antichi Greci. Dopo un passato glorioso che la vide per oltre due millenni roccaforte privilegiata per bizantini, arabi, genovesi e normanni, che controllavano le due piane (quella di Catania e quella di Gela), oggi Caltagirone vive un periodo di rinnovato sviluppo, grazie principalmente a due grandi risorse: la tradizionale produzione della ceramica e il turismo.

Ricca di chiese, pregevoli palazzi e ville settecentesche, per l’eccezionale valore del suo patrimonio monumentale il suo centro storico è stato insignito del titolo di Patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO nel 2002, insieme con il Val di Noto.

La città è ubicata sulla sella di collegamento tra i monti Erei e gli Iblei, ed è attraversata dalla Strada statale 417, che la collega a Catania e a Gela.

Caltagirone si trova circa 50 km a sud-ovest del capoluogo, a 60 km da Ragusa e da Enna e a 37 km da Gela, che rappresenta il suo sbocco al mare. La città (608 metri s.l.m. nella parte alta) si sviluppa su tre colli adiacenti alla catena dei monti Erei e presenta un assetto urbanistico in cui la parte del centro storico, collocata più in alto, è nettamente distinta dalla zona di nuova espansione, più a sud-est.

La città sorge al margine occidentale della provincia, a 608 m di altitudine, adagiata sulle tre colline che, formando un anfiteatro naturale, costituiscono lo spartiacque tra le valli del fiume Maroglio, che sfocia nel golfo di Gela, e quella del Caltagirone che scende verso la piana di Catania.

Nella parte meridionale si trova un piccolo altopiano sabbioso dove sorge il piccolo borgo di Santo Pietro con la sua riserva naturale. Dall’altopiano si può godere il panorama del golfo di Gela.

Sempre nella parte meridionale sorge la frazione di Granieri, a 351 m di altitudine, entrato a far parte del territorio di Caltagirone nei primi anni del Novecento.

Facevano parte del territorio le borgate di Mazzarrone, Botteghelle, Cucchi, Leva e Grassura, elevate a comune autonomo nel 1976 e costituenti l’attuale comune di Mazzarrone. Già nel 1937 era stato ceduto al comune di Chiaramonte Gulfi l’esteso territorio dell’ex feudo Mazzarronello, a sud di Mazzarrone.

(fonte Wikipedia)

Il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Confcommercio e l’Amministrazione Comunale.

 


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Orto Siculo dell’Orto Botanico di Catania

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L’Orto Siculo, benché non presenti specifiche collezioni di famiglie o generi particolari, ospita numerose piante spontanee della flora sicula, insieme a quelle che più comunemente sono state introdotte in coltivazione nel territorio.
La collezione di piante siciliane venne iniziata nel 1865, pochi anni dopo la fondazione, quando la superficie dell’Orto Botanico fu ampliata grazie alla donazione di M. Coltraro.
L’Orto Siculo è oggi organizzato in strette aiuole rettangolari parallele dove le piante, spesso erbacee, dovrebbero essere raggruppate per famiglie. Tuttavia, il notevole sviluppo attualmente raggiunto da diversi esemplari arborei o arbustivi impedisce, a causa dell’ombreggiamento, la completa realizzazione di questo schema su buona parte della superficie.
Molte delle specie della flora siciliana di maggiore interesse sono erbacee, perenni o annuali; esse richiedono cure e assistenza continua. Un solo anno di incuria può portare alla scomparsa di molte piante che facilmente vengono sopraffatte dalle più vigorose specie nitrofile e ruderali.


La collezione di specie sicule è in continua fase di incremento dato il notevole interesse scientifico e didattico che riveste.
Fra le specie arboree di notevoli dimensioni citiamo il leccio (Quercus ilex), il carrubo (Ceratonia siliqua), l’olmo (Ulmus canescens), il pioppo bianco (Populus alba) e il pino domestico (Pinus pinea).
Altre specie interessanti sono Celtis aetnensis, il bagolaro endemico dell’Etna, Salix gussonei, endemico dei corsi d’acqua della Sicilia nord-orientale, e Fontanesia phillyraeoides, un’Oleacea a distribuzione mediterraneo-orientale, rara in Sicilia. Si coltiva anche un giovane esemplare di Abies nebrodensis, rarissimo endemita delle Madonie.
Vi sono poi diverse specie arbustive tipiche della macchia mediterranea, quali Pistacia lentiscus (lentisco), Myrtus communis (mirto), Erica multiflora, Phillyrea angustifolia e alcuni cisti, tipici delle garighe, quali Cistus creticus, C. monspeliensis, C. salvifolius e C. clusii.
Fra le specie erbacee sono coltivate alcune Composite endemiche siciliane, che in natura vivono circoscritte in stazioni puntiformi, quali Centaurea tauromenitana, Senecio ambiguus, S. gibbosus e Paleocyanus crassifolius, endemico di Malta.
Interessante è anche una raccolta di varie specie di Brassica, molte delle quali endemiche della Sicilia.

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Cattedrale di Palermo

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La cattedrale metropolitana primaziale della Santa Vergine Maria Assunta, nota semplicemente come cattedrale di Palermo, è il principale luogo di culto cattolico della città di Palermo e sede vescovile dell’omonima arcidiocesi metropolitana. Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell’umanità (Unesco) nell’ambito dell’ Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale”.

Santa Vergine Maria Assunta in Cielo

La Cattedrale metropolitana di Palermo è dedicata alla Santa Vergine Maria Assunta in Cielo.[2] La patrona della città è Santa Rosalia cui è dedicata la Cappella meridionale posta nell’abside minore del transetto destro. Importantissimo è il culto che Palermo e la Sicilia tributano alla Vergine Maria, venerazione che trova fondamento nel rapporto epistolare tra l’ambasceria del Senato Messinese e Maria Madre di Gesù Cristo, Madre di Dio, Madre della Chiesa, secondo il dogma Theotókos formulato dal Concilio di Efeso e riaffermato da alcuni principii del Concilio di Nicea I. Legame rafforzato dall’opera evangelizzatrice degli Apostoli, San Pietro e San Paolo nei rispettivi transiti in terra sicula. In tutte le accezioni è Patrona delle principali città dell’isola, Patrona Principale del Regno delle Due Sicilie e attuale Patrona della Sicilia, a lei sono dedicate la maggior parte delle Cattedrali e numerosi luoghi di culto.

Con Gualtiero Offamilio la cattedrale è dedicata all’Assunzione della Vergine rappresentata in tre diverse iconografie: una è la Dormizione della Madre di Dio o «Koimesis tes Theotokou» o «Dormitio Virginis», che appartiene alla tradizione bizantina, le altre due appartenenti alla tradizione latina : l’Assunzione e l’Incoronazione in cielo.

  1. ) Nella prima, la Vergine Maria è rappresentata sul letto di morte, circondata dagli apostoli e una bambina, che simboleggia l’anima pura di Maria pronta a salire al cielo. Questa iconografia è spesso rappresentata anche da artisti latini con il titolo di Dormitio Virginis, fino all’attuazione delle disposizioni della riforma del Concilio di Trento (1545 – 1563). Raffigurazione mirabilmente ripresa e illustrata nel “teatrino” marmoreo, opera di Antonello Gagini, dove i Sette Arcangeli aprono il corteo processionale, uno di essi conduce per mano una bambina, gli Apostoli trasportano e seguono la lettiga.
  2. ) Assunzione: la tradizione iconografica della Chiesa Latina rappresenta la Vergine in preghiera ascendente verso il cielo in un cerchio di nuvole e circondata, sorretta e quasi trasportata dai Sette Arcangeli.
  3. ) Incoronazione: la rappresentazione raffigura la Vergine insieme a Gesù Cristo seduti su due troni in cielo tra le nuvole e angeli, nel momento in cui il figlio cinge con una corona il capo della Madre.

L’Angelo Custode e i Sette Angeli che accompagnano l’Assunzione sono elementi iconografici comuni alla topografia delle immediate adiacenze della cattedrale: la chiesa e Monastero dei Sette Angeli, la strada e la Chiesa dell’Angelo Custode.

Sulla facciata occidentale, accoglie il pellegrino la “Madonna del Tocco” o “Madonna della Porta“, allegoria della Vergine Maria quale porta d’accesso a Dio. La “Madonna della Luce“, poi più comunemente nota in Sicilia come Madonna del Lume, verosimilmente un derivato della Vergine Odighitria bizantina, che è colei che indica la via, la direzione, la “Santa Maria del Cammino”. Riconducibile nella tradizione siciliana alla Madonna del Lume, identificabile e configurabile nella protettrice dei viaggi via mare, dei porti, dei fari. Immediato il collegamento con l’alta torre di segnalazione – odierno campanile – posta davanti al duomo, incastonata nella cerchia delle mura difensive della città. La Vergine Maria: “luce”, “faro”, “via”, “rivelazione della meta” nel cammino terreno del credente lungo la strada verso il vero compimento.

Santa Rosalia

Nel 1130 nasce Rosalia de’ Sinibaldi, il cui nome è la contrazione latina di Rosa Lilia, figlia del conte Sinibaldo dei Sinibaldi, vassallo del re normanno Ruggero II, il quale per i servizi resi, gli affida i feudi di Quisquina e del Monte delle Rose. Sinibaldo discendente dai Conti Marsi e da Carlo Magno alla dodicesima generazione. La madre Maria Guiscardi, nipote di Ruggero II è una nobildonna normanna.

Per estrazione, educazione, cortesia, regalità e bellezza, Rosalia diviene damigella d’onore e dama di compagnia della regina Margherita di Navarra e di Sicilia, figlia del re García IV Ramírez di Navarra e moglie di Guglielmo I di Sicilia, figlio di Ruggero II. La giovane Rosalia si forma e matura presso la corte regale, nella splendida cornice di Palazzo dei Normanni, a pochi passi dalla primitiva Cattedrale bizantina, futuro teatro della grande ricostruzione Gualtieriana, divenendo spettatrice di eleganti e sontuosi eventi mondani.

Sposa promessa del conte (o principe) Baldovino, cavaliere distintosi per aver salvato dalle fauci di un leone re Ruggero II, Rosalia preferisce la vita monastica e la solitaria contemplazione. Già da fanciulla dedica gran parte del tempo alla preghiera sia nella casa paterna all’Olivella, sia nel Palazzo dei Normanni. La giovane , dopo l’iniziale noviziato presso il monastero di Santa Maria La Dorata (attuale Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, parrocchia di San Nicolò dei Greci, altrimenti nota come La Martorana), si rifugia nel monastero del Santissimo Salvatore come seguace dell’ordine basiliano di rito greco. Oppressa dai genitori e dal promesso sposo, dopo due anni abbandona anche le spartane comodità del monastero cittadino. Comincia la sua esperienza di eremitaggio nei boschi di Palazzo Adriano per poi rifugiarsi sul Monte Quisquina, all’interno di una spelonca, dove scrisse un’epigrafe in latino, vivendo da anacoreta, ricevendo assistenza religiosa dalla locale comunità basiliana. Dopo un isolamento di circa dodici anni, trascorre un altro lungo periodo in una grotta di Monte Pellegrino di Palermo, presso una preesistente chiesa bizantina retta da monaci benedettini, dove visse per otto anni, concludendo in contemplazione la vita terrena il 4 settembre 1170.

Per la condotta esemplare è considerata santa già in vita e seppur non riconosciuta, fu oggetto di culto con l’edificazione di numerose chiese a lei dedicate. Dopo oltre quattro secoli il culto lentamente affievolisce al punto che il suo nome non è più invocato nelle litanie dei Santi Protettori di Palermo fino ai primi anni del XVII secolo. Con la peste del 1624, che imperversa nell’Italia di allora con due diversi flussi di contagio: incontrollate ondate migratorie al settentrione determinano la peste di San Carlo Borromeo, scambi commerciali con paesi ove contrabbandavano ciurme di pirati infetti al meridione, la figura di Rosalia torna in auge, in un contesto alimentato da mito e leggenda, storia e rivelazioni, sogni e scienza, umana rassegnazione e cristiano affidamento, devozione e intelletto, prudenza e circospezione.

La data del 7 giugno 1624 è ricordata per la propagazione della peste dovuta allo sbarco alla Cala di una nave carica d’infettati a bordo proveniente da Tunisi via Trapani. Il 15 luglio 1624 si registra il ritrovamento del corpo di Santa Rosalia coincidente con l’affievolimento dei focolai di peste. Il 27 luglio 1624 Curia e Senato di Palermo proclamano Rosalia Patrona e Protettrice della città, decretano il primato sulle compatrone dei quattro mandamenti storici Santa Cristina, Santa Oliva, Santa Ninfa e Sant’Agata e su San Rocco fervidamente invocato durante l’epidemia del 1575. Il 15 luglio 1625 si svolge il primo Festino in onore di Santa Rosalia.

Il 26 gennaio 1630, Papa Urbano VIII, con lo Scriptam in Coelesti inserisce Rosalia nel Martirologio Romano, fissando l’origine palermitana, di stirpe reale facendola risalire a Carlo Magno, con la paternità di Sinibaldo de’ Sinibaldi e la maternità di Maria Guiscardi, nipote di re Ruggero II.

Un buon numero di pitture della Santuzza realizzate tra il XIII e il XIX secolo, sono raccolte nella sala Verde del museo diocesano che si trova nell’adiacente Palazzo Arcivescovile. Tra queste la presunta prima icona del XIII secolo che la raffigura in abiti di monaca basiliana.


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Chiesa SS. Crocifisso di Monreale

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Alle falde del Monte Caputo, su una collinetta da cui si può ammirare l’imponente complesso architettonico del Duomo col suo annesso chiostro benedettino, l’ex monastero e la vasta Conca d’oro, esisteva fin dal 1450 una chiesetta rurale, modesta ma molto frequentata dai fedeli, dedicata al SS. Salvatore e affidata alle cure amministrative e cultuali della Confraternita omonima e della “Compagnia della Resurrezione”.

 Col diffondersi del culto al SS. Crocifisso (del sec. XV), con il moltiplicarsi delle famiglie, in genere di contadini, che costruivano le loro umili case nell’antico quartiere “Carrubbella” e soprattutto col sorgere del Capitolo (1625), si sentì il bisogno di ingrandire la Chiesetta, aggiungendo varie cappelle, di cui la più importante fu quella dedicata alla già venerata immagine di Gesù Crocifisso.

 Si deve in seguito all’Arcivescovo Venero (1619-1628) un altro ampliamento di maggiore rilievo con la navata centrale. Affluivano intanto le varie donazioni da parte dei fedeli, onorati di lasciare per testamento i loro beni a favore della chiesa e del culto al SS. Crocifisso. Così, nei primi del 1700, il Capitolo diede l’incarico all’Arch. Fra Mariani di sistemare la Chiesa. I lavori iniziarono nel gennaio del 1716. Il 25 ottobre del 1718 il cappellone o coro risulta ultimato.

Il primo pavimento, eseguito nel 1719, fu fatto con mattonelle in ceramica maiolicata, con disegni ornamentali policromi. Qualche traccia la si può notare ancora oggi sotto gli stalli del coro ligneo e nel pavimento dei sotterranei della navata centrale. Nel maggio 1801 la Chiesa fu pavimentata con mattoni in marmo, in occasione della visita di Ferdinando III di Borbone, re delle due Sicilie. La lapide posta accanto alla porta principale ci attesta che i lavori murari erano stati ultimati nel 1719 e che la Chiesa, già completata, fu consacrata dall’Arcivescovo Testa e dedicata al “SS. Salvatori Crucifixo” il 13 ottobre 1754. Si conosce pure il maestro costruttore: mastro Giovanni Accardo.

Nel 1841 il Canonico S. Gentile, Decano del Capitolo, rifece a sue spese i tetti e le volte crollanti. Ma con errore architettonico abbassò a rette le due volte a botte delle navate laterali. Queste furono riportate all’origine nel 1965.

Un progetto di manutenzione e restauro di tutto il complesso architettonico a cura dell’Ing. Vittorio Mastrorilli e dell’Arch. Patrizia Mastrorilli con fondi della Comunità Europea è stato da poco realizzato. (Tratto da Wikipedia).


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Museo Diocesano di Monreale

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Il Museo Diocesano di Monreale è distribuito su tre livelli nel palazzo arcivescovile. La zona d’ingresso ospita manufatti lapidei di varia produzione e provenienti da diverse parti dell’arcidiocesi di Monreale. La sala San Placido, a piano terra e con apertura sul chiostro benedettino, ospita le grandi pale d’altare, tra cui L’Angelo custode di Pietro Novelli e l’arazzo raffigurante la Vergine che appare in sogno a re Guglielmo II. Alle pareti sono teche, simulanti altari laterali, spazio museale per l’esposizione di pregiati paliotti. Al primo piano, sono due sale entrambe con vista sulla Conca d’Oro: quella Normanna ospita le opere più antiche del percorso museale, offrendo una straordinaria veduta dell’apparato musivo della cattedrale; quella del Rinascimento espone opere del XV-XVI secolo tra cui la Madonna col Bambino attribuita ad Andrea Della Robbia e offre ai visitatori una veduta ravvicinata delle absidi esterne del Duomo di Monreale. Al secondo piano, la sala dei vescovi espone paramenti e suppellettili liturgiche commissionati dagli arcivescovi nel corso dei secoli e regala al visitatore una singolare veduta dall’alto del chiostro. L’attigua cappella Neoclassica, ospita le opere più tarde del percorso museale come L’Addolorata dipinta da Vito D’Anna e il Cristo alla colonna dello scultore palermitano Girolamo Bagnasco. Una sala a parte è dedicata alle opere donate da Salvatore Renda Pitti. L’esposizione della collezione fornisce un chiaro esempio di collezionismo privato che, attraverso la donazione, passa alla fruizione pubblica. Ancora al secondo piano, è la sala etnoantropologica che raggruppa opere di carattere devozionale. Legata alla committenza vescovile, è la barocca cappella del crocifisso, ubicata all’interno del duomo, commissionata dall’arcivescovo Giovanni Roano alla fine del Seicento. Vi sono esposte tutte le opere commissionate dall’alto prelato spagnolo, mantenute in tal modo nell’originario luogo per cui sono state realizzate. (Tratto da Wikipedia)


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Ponte dell’Ammiraglio di Palermo

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Il ponte dell’Ammiraglio di Palermo è un ponte a dodici arcate di epoca normanna visibile dall’attuale Corso dei Mille. Venne costruito intorno al 1131 per volere di Giorgio d’Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II, per collegare la città ai giardini posti al di là del fiume Oreto. Ancora oggi nella piazza, denominata piazza Scaffa, rappresenta un monumento simbolo del collegamento tra il centro città e la zona periferica Brancaccio. L’uso degli archi molto acuti caratteristici permetteva al ponte di sopportare carichi elevatissimi; interessante anche l’apertura d’archi minori tra le spalle di quelli grandi per alleggerire la struttura e la pressione del fiume sottostante. Il ponte infatti resistette senza problemi persino alla terribile Alluvione di Palermo del febbraio 1931. Il 27 maggio dell’anno 1860, nel corso della Spedizione dei mille, Garibaldi proprio su questo ponte e nella vicina via di porta Termini si scontrò con le truppe dei Borbone, lì posizionate, perché rappresentava un punto d’ingresso alla città per chi veniva da sud, in quel caso anche Garibaldi proveniva dal Monte Grifone e precisamente dalla frazione di Gibilrossa. Ciò provocò l’insurrezione di Palermo. Adesso sotto gli archi del ponte normanno non scorre più il fiume, dopo che il suo corso venne deviato nel 1938 a causa dei suoi continui straripamenti. Questo ha anche consentito l’allargamento del Corso dei Mille. Sotto il ponte dell’Ammiraglio oggi si trova un giardino, con attorno viali alberati, agave e altre varietà di piante grasse. Il ponte ha ottenuto un incremento di presenze turistiche con l’inaugurazione del Tram di Palermo: infatti il ponte con la piazza omonima sono divenuti una delle principali fermate del percorso “Linea 1”. La visita del giardino permette di visionare le arcate e le caratteristiche delle stesse. Originale e suggestiva vista dall’alto la pavimentazione del ponte. Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell’umanità (Unesco) nell’ambito dell’Itinerario Palermo arabo-normanno e le cattedrali di Cefalù e Monreale. (Tratto da Wikipedia)

 


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B&B Palazzo Ducale Suites Monreale

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Benvenuti a Palazzo Ducale Suites di Monreale, bed and breakfast dove tutto questo esiste già, per accogliervi in un sogno che diventa realtà.

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Il nostro non è un semplice B&B a Monreale,  ma un’idea che si materializza nel centro storico della città Normanna, un connubio perfetto tra antico e presente, ambiente e design, dove l’Ospite è il protagonista unico di un’esperienza speciale, fuori dal comune.
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Palazzo Ducale Suites saremo complici del vostro piacere e benessere, per una vacanza a Monreale o Palermo indimenticabile.


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Castello della Zisa

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Il  Castello della Zisa (dall’arabo al-ʿAzīza, ovvero “la splendida”) sorgeva fuori le mura della città di Palermo, all’interno del parco reale normanno, il Genoardo (dall’arabo Jannat al-arḍ ovvero “giardino” o “paradiso della terra”), che si estendeva con splendidi padiglioni, rigogliosi giardini e bacini d’acqua da Altofonte fino alle mura del palazzo reale. L’etimologia della Zisa ci viene spiegata da Michele Amari che, nella sua Storia dei musulmani di Sicilia così scriveva:

Le prime notizie, indicanti il 1165 come data d’inizio della costruzione della Zisa, sotto il regno di Guglielmo I (detto “Il Malo”), ci sono state tramandate da Ugo Falcando nel Liber de Regno Siciliae. Sappiamo da questa fonte che nel 1166, anno della morte di Guglielmo I, la maggior parte del palazzo era stata costruita “mira celeritate, non sine magnis sumptibus” (lett. “con straordinaria velocità, non senza ingenti spese) e che l’opera fu portata a termine dal suo successore Guglielmo II (detto “Il Buono”) (1172-1184), subito dopo la sua maggiore età.

L’appellativo Mustaʿizz è riferito, secondo Michele Amari, a Guglielmo II, anche in un’iscrizione in caratteri naskhī nell’intradosso dell’arcata d’accesso alla Sala della Fontana.

Un’altra iscrizione, invece, ben più famosa – in caratteri cufici – è tutt’oggi conservata nel muretto d’attico del palazzo, tagliata ad intervalli regolari nel tardo medioevo, quando la struttura fu trasformata in fortezza. Alla luce di queste fonti, la maggior parte degli studiosi sono concordi nel fissare al 1175 la data di completamento dei lavori del solatium reale.

Fino al XVII secolo il palatium non venne sostanzialmente modificato, come ci testimonia la descrizione del 1526 fatta dal monaco bolognese Leandro Alberti, che visitò la Zisa in quell’anno. Significativi interventi di restauro si ebbero negli anni 1635-36, quando Giovanni de Sandoval e Platamone, cavaliere dell’Alcantara, marchese di San Giovanni la Mendola, príncipe di Castelreale, signore della Mezzagrana e della Zisa, acquistò la Zisa, adattandola alle nuove esigenze abitative. In occasione di questi lavori fu aggiunto un altro piano, chiudendo il terrazzo, e si costruì, nell’ala destra del palazzo, secondo la moda dei tempi, un grande scalone, resecando i muri portanti e distruggendo le originarie scale d’accesso.

 
Prospetto laterale

Successivamente, nel 1806, la Zisa pervenne ai Principi Notarbartolo, rappresentanti della più antica nobiltà siciliana ed eredi della Casa Ducale dei Sandoval de Leon, che ne fecero propria residenza effettuando diverse opere di consolidamento, quali il risarcimento di lesioni sui muri e l’incatenamento degli stessi per contenere le spinte delle volte. Venne trasformata la distribuzione degli ambienti mediante la costruzione di tramezzi, soppalchi, scalette interne e nel 1860 fu ricoperta la volta del secondo piano per costruire il pavimento del padiglione ricavato sulla terrazza.

Nel 1955 il palazzo fu espropriato dallo Stato, ed i lavori di restauro, iniziati immediatamente, vennero poco dopo sospesi. Dopo un quindicennio d’incuria ed abbandono nel 1971 l’ala destra, compromessa strutturalmente dai lavori del Sandoval e dagli interventi di restauro, crollò.
Il progetto per la ricostruzione strutturale, il restauro filologico e la fruizione, venne affidato al Prof. Giuseppe Caronia, il quale, dopo circa vent’anni di appassionato lavoro e rilettura integrale, nel giugno del 1991, restituì alla storia, uno dei monumenti più belli e suggestivi della civiltà siculo normanna. Durante l’opera di restauro il Prof. Caronia invitò più volte a visitare il cantiere il direttore editoriale della casa editrice Laterza, Enrico Mistretta, che al termine dei lavori fece raccogliere un ampio materiale illustrativo a documentazione delle varie fasi del restauro, materiale adeguatamente commentato dallo stesso Caronia, pubblicando quindi nel 1982 uno splendido volume di grande formato.

Dal 1991 la Zisa ospita il Museo d’arte islamica.

Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell’umanità (Unesco) nell’ambito dell'”Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale”.

Il titolo nobiliare di Principe di Castelreale fu creato dai Re di Spagna per i proprietari del castello: fu concesso inizialmente ai Sandoval con apposito privilegio del 1672, e in seguito passò con titoli e beni ai Notarbartolo di Sciara, eredi dei Sandoval.

Il palazzo della Zisa, concepito come dimora estiva dei re, rappresenta uno dei migliori esempi del connubio di arte e di architettura normanna con ambienti tipici della casa normanna (compresa la doppia torre cuspidata) e decorazioni e ingegnerie arabe per il ricambio d’aria negli ambianti. Si tratta, infatti, di un edificio rivolto a nord-est, cioè verso il mare per meglio godere delle brezze più temperate, specialmente notturne, che venivano captate dentro il palazzo attraverso i tre grandi fornici della facciata e la grande finestra belvedere del piano alto. Questi venti, inoltre, venivano inumiditi dal passaggio sopra la grande peschiera antistante il palazzo e la presenza di acqua corrente all’interno della Sala della Fontana dava una grande sensazione di frescura. L’ubicazione del bacino davanti al fornice d’accesso, infatti, è tutt’altro che casuale: esso costituiva una fonte d’umidità al servizio del palazzo e le sue dimensioni erano perfettamente calibrate rispetto a quelle della Zisa. Anche la dislocazione interna degli ambienti era stata condizionata da un sistema abbastanza complesso di circolazione dell’aria che attraverso canne di ventilazione, finestre esterne ed altri posti in riscontro stabilivano un flusso continuo di aria.

La Zisa – I diavoli

La stereometria e la simmetria del palazzo sono assolute. Esso è orizzontalmente distribuito in tre ordini, il primo dei quali al piano terra è completamente chiuso all’esterno, fatta eccezione per i tre grandi fornici d’accesso. Il secondo ordine è segnato da una cornice marcapiano che delinea anche i vani delle finestre, mentre il terzo, quello più alto, presenta una serie continua di arcate cieche. Una cornice con l’iscrizione dedicatoria chiudeva in alto la costruzione con una linea continua. Si tratta di un’iscrizione in caratteri cufici, molto lacunosa e priva del nome del re e della data, che è tuttora visibile nel muretto d’attico del palazzo. Questa iscrizione venne, infatti, tagliata ad intervalli regolari per ricavarne merli nel momento in cui il palazzo fu trasformato in fortezza.

Il piano terra del palazzo è costituito da un lungo vestibolo interno che corre per tutta la lunghezza della facciata principale sul quale si aprono al centro la grande Sala della Fontana, nella quale il sovrano riceveva la corte, e ai lati una serie di ambienti di servizio con le due scale d’accesso ai piani superiori. La Sala della Fontana, di gran lunga l’elemento architettonico più caratterizzante dell’intero edificio, ha una pianta quadrata sormontata da una volta a crociera ogivale, con tre grandi nicchie su ciascuno dei lati della stanza, occupate in alto da semicupole decorate da muqarnas (decorazioni ad alveare). Nella nicchia sull’asse dell’ingresso principale si trova la fontana sormontata da un pannello a mosaico su fondo oro, sotto il quale scaturisce l’acqua che, scivolando su una lastra marmorea decorata a chevrons posta in posizione obliqua, viene canalizzata in una canaletta che taglia al centro il pavimento della stanza e che arriva alla peschiera antistante. In questo ambiente sono ancora visibili i resti di affreschi parietali realizzati nel Seicento dai Sandoval.

Il primo piano si presenta di dimensioni più piccole, poiché buona parte della sua superficie è occupata dalla Sala della Fontana e dal vestibolo d’ingresso, che con la loro altezza raggiungono il livello del piano superiore. Esso è costituito a destra e a sinistra della Sala della Fontana dalle due scale d’accesso che si aprono su due vestiboli. Questi si affacciano con delle piccole finestre sulla parte alta della Sala, affinché, anche dal piano superiore, si potesse osservare quanto accadeva nel salone di ricevimento. Questo piano costituiva una delle zone residenziali del palazzo ed era destinato molto probabilmente alle donne.

Il secondo piano constava originariamente di un grande atrio centrale delle stesse dimensioni della sottostante Sala della Fontana, di una contigua sala belvedere che si affaccia sul prospetto principale e di due unità residenziali poste simmetricamente ai lati dell’atrio. Questo piano dovette certamente assolvere alla funzione di luogo di soggiorno estivo privato, dal momento che l’atrio centrale scoperto apriva questo luogo all’aria ed alla luce.

Facevano parte del complesso monumentale normanno anche un edificio termale, i cui resti furono scoperti ad ovest della residenza principale durante i lavori di restauro del palazzo, ed una cappella palatina posta poco più ad ovest, lungo la via oggi nominata dei Normanni. Costruita nel XII secolo, la Cappella Palatina della Santissima Trinità presso il Palazzo della Zisa è documentata già sotto il regno di Guglielmo II di Sicilia come Cappella Palatina della residenza. È utilizzata come sacrestia della Chiesa di Gesù, Maria e Santo Stefano alla Zisa, appartiene alla parrocchia della Chiesa dell’Annunziata.

(tratto da Wikipedia)


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Duomo di Monreale

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Il Duomo o Cattedrale di Santa Maria Nuova è il principale luogo di culto cattolico di Monreale, nella città metropolitana di Palermo, sede arcivescovile dell’arcidiocesi omonima. Costruita a partire dal 1174 per volere di Guglielmo II d’Altavilla, re di Sicilia dal 1166 al 1189, è famosa per i ricchi mosaici bizantini che ne decorano l’interno. Nell’agosto del 1926 papa Pio XI l’ha elevata alla dignità di basilica minore. Dal 3 luglio 2015 fa parte del Patrimonio dell’umanità (UNESCO) nell’ambito del percorso “Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale”. Secondo una leggenda, Guglielmo II il Buono, succeduto al padre sul trono di Sicilia, si sarebbe addormentato sotto un carrubo, colto da stanchezza, mentre era a caccia nei boschi di Monreale. In sogno gli apparve la Madonna, a cui era molto devoto, che gli rivelò il segreto di una “truvatura” con queste parole: “Nel luogo dove stai dormendo è nascosto il più grande tesoro del mondo: dissotterralo e costruisci un tempio in mio onore”. Dette queste parole, la Vergine scomparve e Guglielmo, fiducioso della rivelazione in sogno, ordinò che si sdradicasse il carrubo e gli si scavasse intorno. Con grande stupore venne scoperto un tesoro in monete d’oro che furono subito destinate alla costruzione del Duomo di Monreale, cui furono chiamati per la realizzazione maestri mosaicisti greco-bizantini (“i mastri di l’oru”) dell’interno. Esiste un’altra leggenda che ruota attorno alla costruzione del duomo di Monreale e in questo caso viene presa in considerazione anche la cattedrale di Palermo. Si narra rispettivamente della storia di Guglielmo il Buono, incaricato di erigere il duomo di Monreale, e del fratello Guglielmo detto il cattivo che invece avrebbe dovuto occuparsi della costruzione di quella di Palermo. Per i due questa diventò una vera e propria sfida, con l’obiettivo di surclassare il proprio avversario. Guglielmo il buono si concentrò più sull’abbellimento dell’aspetto interno del duomo, dotandolo di mosaico dorato, poiché lo accostava all’animo dell’essere umano, come aspetto fondamentale dell’essere piuttosto che l’aspetto esteriore. Al contrario Guglielmo il cattivo curò maggiormente l’aspetto esterno della cattedrale di Palermo, poiché per lui la bellezza esteriore era quella che colpiva di più lo spirito delle persone. A termine dei lavori entrambi visitarono le rispettive cattedrali restando colpiti da quello che mancava alle loro che l’altro aveva fatto e disperati prima l’uno e poi l’altro si tolsero la vita. La costruzione del grande tempio venne avviata nel 1172 e terminò nel 1267. Esso venne concepito dapprima come chiesa dell’annessa abbazia territoriale benedettina, indipendente dalla cattedra di Palermo. Nel 1178, l’abate Guglielmo ottenne che fosse eretta l’arcidiocesi metropolitana di Monreale e la chiesa abbaziale ne divenne la cattedrale. Nei secoli successivi alla costruzione, la cattedrale subì alcune modifiche. Nel Cinquecento, su progetto di Giovanni Domenico Gagini e Fazio Gagini, venne costruito il portico lungo il fianco sinistro, mentre quello della facciata principale fu aggiunto nel XVIII secolo. Sempre nel Cinquecento fu realizzata gran parte del pavimento interno. Nel 1811 un incendio distrusse il soffitto, che fu ricostruito tra il 1816 e il 1837. In tale occasione vennero realizzati i nuovi stalli del coro in stile neogotico. La cattedrale di Santa Maria Nuova si trova nel centro storico di Monreale, adagiato sulle pendici del monte Caputo. L’edificio segue il modello delle grandi basiliche benedettine di provenienza cluniacense. La facciata, prospiciente una piazza quadrangolare, è stretta fra le due torri campanarie, delle quali quella di sinistra rimasta incompiuta al primo ordine. L’ingresso è preceduto dal portico settecentesco, in stile barocco, che si apre sull’esterno con tre archi a tutto sesto poggianti su colonne tuscaniche; al di sotto di esso, vi è il portale, chiuso da due battenti bronzei, opera di Bonanno Pisano e risalenti al 1185 – 1186. Nella parte superiore della facciata, terminante con un basso timpano triangolare, si apre una monofora ogivale incorniciata da una decorazione ad archetti ciechi intrecciati fra di loro. Caratteristica peculiare dell’arte scultorea e architettonica normanna di Sicilia è il baton brises elementi scultorei architettonici a zig-zag di origine anglo-normanna presenti nella cattedrale di Monreale e ampiamente utilizzati in Inghilterra e in Sicilia sia in età normanna che in seguito. Lungo il fianco sinistro della cattedrale, vi è il portico più antico, edificato su progetto di Giovanni Domenico Gagini e Fazio Gagini tra il 1547 e il 1569. Esso, in stile rinascimentale è coperto con volta a crociera e si apre sull’esterno con undici archi a tutto sesto poggianti su colonne corinzie. In corrispondenza dell’arcata centrale, che è sormontata da un tondo in terracotta invetriata raffigurante la Madonna col Bambino, si apre un secondo portale, i cui battenti bronzei furono realizzati intorno al 1185 da Barisano da Trani.L’esterno, modificato nei secoli XVI e XVIII, nell’area absidale conserva intatta l’impronta normanna ed è ornato a vari disegni formanti una serie di archi di pietre bianche e nere con cerchi al di sotto, assai ben combinati e disposti tra loro. La decorazione delle tre absidi, caratterizzata dal fitto intreccio di archi acuti, evoca atmosfere arabeggianti esaltate dalla decorazione policroma creata dall’alternanza di tarsie di calcare e di pietra lavica. Il vasto interno della cattedrale ha pianta a croce latina con transetto poco sporgente che di fatto è una continuazione ai lati del presbiterio delle navate laterali. Le navate, terminante ciascuna con un’abside semicircolare, sono divise da colonne antiche con pulvino e capitelli anch’essi antichi con clipei di divinità che sostengono archi a sesto acuto di tipo arabo. I soffitti sono a travature scoperte dipinti nelle navate e a stalattiti di tipo arabo nella crociera, questi ultimi rifatti nel 1811 dopo un incendio che aveva distrutto parte del tetto. Il pavimento, completato nel XVI secolo è musivo, con dischi di porfido e granito e con fasce marmoree intrecciate a linee spezzate. Il presbiterio, rialzato di alcuni gradini rispetto al resto della chiesa, occupa interamente l’area della crociera, nella quale è cinto da transenne neogotiche, e dell’abside maggiore. Ospita, nella crociera, su due file gli stalli lignei del coro, in stile neogotico e, sotto l’arco absidale, contrapposti, il trono reale e la cattedra episcopale. L’altare maggiore barocco è una raffinata opera del 1711, eseguita dall’argentiere romano Luigi Valadier.

I mosaici dell’abside con il Cristo Pantocratore
All’interno è poi possibile osservare sul fianco destro dell’abside il sarcofago in porfido di Guglielmo I, morto nel 1166, e quello marmoreo di Guglielmo II il Buono. Sul lato sinistro, dentro tombe ottocentesche, si trovano invece le spoglie di Margherita di Navarra e di Sicilia, moglie di Guglielmo I, e dei figli Ruggero ed Enrico e un cenotafio con i resti del re Luigi IX di Francia. La parte più bassa delle pareti, dal fregio “a palmizi” al piano pavimentale, sul modello della Cappella Palatina di Palermo, è uniformemente resa ad incrostazione marmorea e fasce verticali (in tutto 493 unità), in mosaico ruotato, a motivi geometrici. Tali opere, assieme al pavimento del grande presbiterio e agli intarsi sugli arredi marmorei e sulle membrature architettoniche, costituiscono un complesso esecutivo di consistente estensione (circa 300 m² per le fasce a parete, e 975 m² per il pavimento del grande presbiterio) e un repertorio di motivi decorativi straordinariamente vario e numeroso. La cronologia esecutiva copre un arco temporale che va dalle origini della costruzione normanna fino ai primi anni del secolo scorso, con un incremento di intensità operativa nel corso dell’Ottocento, durante il quale si attuarono consistenti ed estesi interventi di restauro e integrazione. In attesa che giunga a compimento il lavoro di studio del prof. Giuseppe Oddo, sul mosaico decorativo in opus sectile a motivi geometrici del duomo di Monreale non sussiste al momento uno studio complessivo e organico. Le cappelle del Crocifisso e di San Benedetto sono due notevoli esempi del barocco siciliano. Il tesoro della cattedrale conserva, fra le altre cose, arredi sacri (anche di fattura francese), una cassetta di rame smaltato del XIII secolo e un reliquario della Sacra Spina (della corona di Cristo), risalente al periodo gotico. La cappella del tesoro è di epoca barocca. (Tratto da Wikipedia)

Il lavoro di fotografia immersiva per Virtual Tour del Duomo di Monreale è stato realizzato in collaborazione con la Società “Ghelfi360” e la “Fondazione Unesco Sicilia” diretta dal Direttore, Professore Aurelio Angelini.


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Chiostro dei Benedettini di Monreale

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 Il Chiostro dei Benedettini di Monreale , costruito sul finire del XII sec., fa parte del Complesso dei Benedettini voluto da re Guglielmo II^ (ultimo quarto del secolo XIII). E’ un esempio di architettura bizantina, un miracolo di architettura e di policromia.
A pianta quadrata di 47 metri di lato con portico ad archi ogivali a doppia ghiera e con caratteristico grosso toro nell’intradosso, particolarità questa di derivazione islamica) sostenuti da 228 colonne gemine , di svariata ornamentazione, molte con intarsi a mosaico, altre intagliate ad arabeschi; sono a gruppi di due e agli angoli del chiostro, a gruppi di quattro. I capitelli sono istoriati con figure e rappresentazioni bibliche.
I capitelli sono istoriati con scene bibliche, metaforiche, simboliche, con scene di natura vegetale, animale oltre a scene di caccia. I gruppi di 4 colonne poste a ogni angolo, sono decorate in bassorilievo. In uno di questi  angoli, notiamo un recinto quadrangolare, (il Chiostrino) con tre arcate per lato, al cui centro fa bella mostra di sé la famosa fontana del Re con colonna a forma di palma sormontata da una sfera di marmo, la cui acqua scaturisce da una colonnina a forma di palmizio stilizzato.
Sopra il lato del chiostro opposto alla chiesa, si leva l’alta muraglia di un’ala dell’antico Convento benedettino, divisa da strette arcate cieche a sesto acuto.
Nel lato nord si può ammirare l’antico muro della chiesa, con portale e otto bifore a decorazione di calcare e lava, simile a quella dell’esterno delle arcate del chiostro. Recentemente il complesso monumentale ha rivelato alcuni locali sotterranei e una splendida pavimentazione.
La fotografia immersiva per Virtual Tour è stato un lavoro attento e particolareggiato, fortemente sentito e voluto dalle società Sicilia360map e Ghelfi360, con il supporto dell’Assessorato Regionale al Turismo, della Sovrintendenza dei Beni Culturali e della Fondazione Unesco Sicilia, diretta dal Direttore Professore Aurelio Angelini.
Il numero delle immagini e la qualità delle stesse sono sicuramente coinvolgenti ed emozionalmente intense.

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Aparthotel Suite D’Autore di Piazza Armerina

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La vision dell’aparthotel Suite d’Autore di Piazza Armerina è la creazione di luoghi e ambientazioni attraverso oggetti, colori e artefatti comunicativi che per quanto icone dell’immaginario collettivo di molti, non sempre risultano fruibili da tutti. Luoghi senza spazio né tempo, tra realtà e fantasia, caratterizzati dal concetto di “Opera d’Arte totale”, il Gesamtkunstwerk di matrice ottocentesca, dove ogni singola parte è progettata in rapporto armonico col tutto per creare suggestioni straordinarie.
Oltre a svolgere la sua naturale funzione ricettiva, Suite d’Autore assurge sia ad un ruolo didattico culturale, offrendo una chiave di lettura dei momenti salienti della storia del design e delle tendenze contemporanee, sia di galleria per la promozione di giovani artisti e designer e di vere e proprie opere d’arte.
Suite d’Autore è un art-design hotel: un albergo con opere d’arte e design. Gli ambienti in Suite sono eterogenei e di gran fascino: dalle creazioni pittoriche di Beppe Madaudo agli oggetti seriali di Philippe Stack. La scelta di questi dipende naturalmente dal gusto di chi lo ha progettato: gli art director e il proprietario, che per l’occasione si è (ri-)creato imprenditore-progettista-gallerista.

A differenza dei “comuni” (art-)design hotel sparsi in giro per il mondo, Suite d’Autore offre, se così si può dire, il valore aggiunto d’organizzare il suo contenuto artistico attraverso una serie di temi che ripercorrono idealmente la storia del design dall’inizio del Novecento fino ai nostri giorni: Geometria nelle avanguardie, Leggerezza nel Movimento moderno, Magia e Ironia del design italiano, Stravaganza tra Pop e ipermerce, Fluidità “trasversale”. Ogni singola opera è stata oculatamente progettata – e scelta – per comunicare un determinato periodo o movimento o tendenza o approccio progettuale… Di conseguenza, tali opere (sculture, fotografie, quadri, oggetti d’uso, ecc.) possono essere intese come artefatti comunicativi che esprimono il tema contribuendo alla definizione di un ambiente armonicamente integrato.


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Comuni Amici

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La parola d’ordine è stata “nuovi metodi di accoglienza per i turisti” attraverso l’utilizzo delle tecnologie moderne durante la riunione programmatica 2016 dei Comuni Amici, svoltasi a Piazza Armerina ed Aidone tra sabato 27 e domenica 28 febbraio.

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All’evento, coordinato dall’imprenditore Ettore Messina, hanno partecipato il sindaco di Aidone, Enzo Lacchiana, l’assessore al Turismo di Piazza Armerina, Giancarlo Giordani, l’assessore al Turismo di Pachino, Gisella Calì, il sindaco di Mussomeli, Giuseppe Catania, il sindaco di Mazzarino, Enzo Marino, il sindaco di Pedara, Antonio Fallica, il sindaco di Nicolosi, Antonino Borzi, l’assessore di Licata, Francesco Carità, l’assessore di Castelbuono, Clelia Cucco, il presidente del consiglio comunale di Riesi, Gaetano Ievolella, e Luciano Zuccarello, responsabile marketing dei Comuni Amici. I rappresentanti dei comuni si sono confrontati con l’assessore regionale alle Attività produttive, Luisa Lantieri, e Giuseppe Mazzaglia, componente del gabinetto dell’assessore regionale al Turismo, Anthony Barbagallo.

E’ stato fatto il punto sulle attività svolte, tra cui “Norma” lo spazio promozionale e commerciale all’interno del polo delle eccellenze enogastronomiche siciliane dell’aeroporto Fontanarossa di Catania e le strategie di promozione del brand “Sicilia”.

Per il futuro si pensa al virtuale. Tra le novità, infatti, è stato presentato il progetto di visione tridimensionale “Comuni Amici 360 gradi”, che prevede la “realizzazione di tour virtuali – ha dichiarato l’assessore al Turismo di Pachino, Gisella Calì – all’interno dei luoghi più significativi dei territori comunali, che potranno essere utilizzati come veicoli promozionali dei nostri luoghi all’interno dell’aeroporto tramite appositi caschi 3D. Ritengo sia un innovativo strumento di promozione del territorio, un turismo “emozionale” che potrà fungere da attrattiva per quello reale. Inoltre, è un progetto che potrà coinvolgere anche gli studenti degli istituti superiori”.

Tra le altre iniziative è stata presentata l’app Izi travel che darà la possibilità ai comuni di crearerealizzare storytelling di itinerari turistici, presentata da Anastasia Klimova, poi la destagionalizzazione del turismo a cura di Angela Inferrera, del portale WishingSicily e di “Posto occupato”, l’associazione contro la violenza sulle donne fondata da Maria Andaloro.
Ospite d’eccezione Antonio La Spina, direttore del coordinamento marketing dell’Ice, l’Istituto commercio estero.

“Puntare sullo shopping – ha dichiarato La Spina -, inteso come compravendita dei prodotti dei nostri territori: questa la chiave del successo. La Sicilia non può competere con dei centri di massa, ma possiede le eccellenze: ecco che bisogna migliorare le strutture di servizio”.

“Continua incessabile – ha dichiarato il sindaco, Roberto Bruno – l’azione di promozione territoriale che la mia amministrazione sta svolgendo a 360 gradi. Con i Comuni Amici e con l’adesione agli altri distretti territoriali di comuni, il nostro obiettivo è quello di far spiccare definitivamente il volo al nostro territorio, grazie alla rete e alla proficua collaborazione con le altre realtà”.


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Negozio di Ceramica Kerameion di Taormina

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“La tradizione, per vivere, deve rinascere ogni giorno”: potrebbe essere questo il senso profondo dell’attività artistica-artigianale svolta dal Laboratorio Kerameion  Taormina. Tradizione come radici, appartenenza, rispetto di uno splendido passato che si tramanda nei secoli. Rinascita come interpretazione, ricerca, invenzione continua.

La tradizione rimessa sempre in discussione, studiata e rimontata per trarne i motivi più autentici: come lettere di un alfabeto universale, forme e colori si piegano a una poetica nuova, per far sì che ogni pezzo sia davvero unico e irripetibile.
E’ questo che gli artigiani, gli artisti, in fondo,hanno sempre fatto. Nessuno  ha inventato nulla, nessuno  ha copiato nulla. Ma ognuno ha creato. E poi gli elementi sono sempre quelli: terra, acqua , fuoco,minerali. Elaborati dall’artista secondo la sua inventiva, la sua tecnica e la sua esperienza.

Il nostro Laboratorio produce majoliche realizzate interamente a mano secondo l’antica lavorazione: oggetti d’arredo,appliques, rivestimenti murali anche su richiesta, quadri in ceramica, piccoli oggetti regalo… Una particolare specialità sono i tavoli in pietra lavica ceramizzata: rotondi o rettangolari, di varie misure e disegni. I colori della nostra ceramica impreziosiscono una materia naturale già vibrante di emozioni ancestrali… Felicemente responsabile di tutto ciò è Marco Monforte, pittore, scultore e ceramista che si dedica ormai da quasi vent’anni esclusivamente all’ affascinante mondo della ceramica artistica, assieme a valenti collaboratori.

Ci troviamo a Taormina nella strada principale, Corso Umberto.


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Expo Food & Wine 2015, stand ” Un mare di Bontà”, primo piano.

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CATANIA – “Expo Food & Wine 2015”, il Salone ideato e organizzato da Sief Italia e dedicato all’agroalimentare di eccellenza, torna in grande stile con importanti novità e un programma ancora più ricco di eventi e di contenuti. La seconda edizione del Salone, che si svolgerà presso il centro fieristico Le Ciminiere di Catania dal 28 al 30 novembre 2015, si presenta con due importanti appuntamenti.

Giovedì 24 settembre, alle ore 15,00, l’amministratrice di Sief Italia, Alessandra Ambra, interverrà all’incontro della Summer School sul dialogo sociale, che si terrà a Palermo nei locali del Convento di Baida, in via Convento di Baida n. 43. L’incontro, organizzato con Med Europe Export, Cumasca e City ‘ncongress, affronterà il tema de “L’internazionalizzazione come risorsa per combattere la crisi”, al quale seguirà un focus sui Paesi esteri che quest’anno prenderanno parte a “Expo Food & Wine”. L’indomani, venerdì 25 settembre, dalle ore 15,30 alle ore 18,00, Alessandra Ambra interverrà invece presso l’Hotel Nettuno di Catania, in viale Ruggero di Lauria n. 121, su “L’internazionalizzazione come strumento di crescita per le piccole e medie imprese”.

Ancora una volta, infatti, saranno i Paesi esteri ed i buyers stranieri i grandi protagonisti. Quest’anno, il numero dei paesi partecipanti è cresciuto: Irlanda, Polonia, Ghana, Libano, Quatar, Lituania, Colombia, Canada, Messico, Moldavia, Romania, Brasile, Malta, Spagna, Svizzera Canton Ticino, ai quali si aggiungono anche la Camera di Commercio tunisina e Utap. Lo scopo è quello di creare un network in giro per il mondo che possa assicurare alle aziende che parteciperanno, veri e propri incontri d’affari per incoraggiare e facilitare l’internazionalizzazione delle imprese, come precisa Alessandra Ambra.

Se poi alla partecipazione delle delegazioni estere si aggiungono i tanti e prestigiosi partners che anche quest’anno, davvero numerosi, hanno aderito da subito al Salone dell’agroalimentare di Sief Italia, si può già pensare ad una scommessa vincente sul piano dei mercati e dell’internazionalizzazione. Associazione Italiana Celiachia Sicilia, Federazione Italiana Cuochi, Unione Regionale Cuochi Siciliani, Associazione Provinciale Cuochi Etnei, Con.Pa.It. (Confederazione Pasticceri Italiani), Città del Gusto Catania, Fisar, Ais Sicilia, Sicilia Convention Bureau, Consorzio Med Europe, Cumasca Srl, Cisalpina Tours, Sicilia360map. Una squadra di successo, che va crescendo sempre più per ribadire la grande volontà di affermare l’eccellenza siciliana in Italia e all’estero.

Ma tra le novità del 2015 c’è anche il connubio tra cibo e turismo, che sarà uno dei grandi protagonisti di questa 2^ edizione. All’interno di “Expo Food and Wine”, infatti, prenderà vita un evento parallelo: “Sicily travel show”, che proporrà, in partnership con ‘Sicilia convention bureau’, attività, convegni e molteplici occasioni per conoscere le zone di produzione, per degustare le eccellenze alimentari, per apprezzare ancora di più l’arte della cucina, i produttori e il territorio. Questa importante alleanza nasce da un’idea di Sief Italia con City ‘ncongress.

E intanto arrivano già i primi nomi eccellenti di ospiti prestigiosi che interverranno al nuovo Salone targato 2015. Dopo le conferme del giornalista Rai Alex Revelli Sorini, che sarà il presentatore ufficiale degli eventi all’interno delle Ciminiere con la giornalista Rai Susanna Cutini, ha confermato la propria presenza a Catania anche il direttore di Tg5 Gusto di Canale 5, Gioacchino Bonsignore. Con loro, ospiti altrettanto graditi del giornalismo nazionale e internazionale, saranno il Presidente Stampa Agroalimentare Italiana (ASA) e autore di programmi Rai, Roberto Rabachino, e la giornalista Presidente Association Las Damas del Pisco – Perù, Gladys Torres Urday. Con loro, e con tanti altri ospiti e tecnici, si discuterà di contesti turistici, enogastronomia siciliana e importanza per la ristorazione dei marchi di qualità legati al prodotto, alla filiera, al territorio.

In programma, showcooking organizzati dalla Federazione italiana cuochi e dall’Unione regionale cuochi siciliani. E ancora, laboratori del gusto, corsi di degustazione, il concorso nazionale a squadre Federazione italiana cuochi e quello dell’Unione regionale cuochi siciliani con premiazione dello chef emergente. Tra i convegni, saranno affrontate tematiche importanti come il ruolo dell’Expo sulla ripresa dell’economia siciliana, il turismo on line con le piattaforme web del turismo e le tecnologie digitali. Ultima novità, ma solo in ordine cronologico, la presenza dello store del Salone, dove i tantissimi ospiti e partecipanti avranno la possibilità di acquistare direttamente gli eccellenti prodotti che avranno scoperto e conosciuto in questa nuova edizione di “Expo Food and Wine”, un’edizione da vivere nelle tre giornate in cui Catania e l’intera Sicilia torneranno ad essere le vere capitali del gusto del Mediterraneo.